Justified text.

Le urne taciturne

Osservazioni sul dissenso, l’astensionismo e le trombette dell’Apocalisse

By Romeo Gand

Votare o non votare? Ecco servito l’abituale dilemma pre-elettorale.

Le decime elezioni europee sono infatti alle soglie e, fra allarmistiche previsioni di astensionismo, gli accorati appelli al voto si moltiplicano in primis – com’è ovvio – nelle file delle forze politiche tradizionali. Non mancano così toccanti storie da libro Cuore, edificanti aneddoti del popolo e per il popolo. Come quella di questo panettiere barese, che a pochi giorni dal voto incita le masse alla responsabilità civile distribuendo agli affamati avventori, in luogo degli abituali bocconcini, nientepocodimeno che i sonetti di Trilussa…

Il (non) voto anti-sistema

Eppure, anche al di fuori del mondo della stampa igienica, non mancano i richiami alle urne da parte di tante piccole realtà che rivendicano la loro affiliazione certificata al pianeta “anti-sistema”.

In molti, fra coloro che orbitano intorno al pianeta di cui sopra, sostengono allora che non recandosi ai seggi, la si darà ancora una volta vinta ai cattivoni. Insomma, si cassa come fallimentare la strategia dell’as-tensione in quanto…

…non andando a votare, lascerete che gli altri (alias, gli elettori dei cattivoni) decidano anche per voi!!

Così si leva alto, anche dal fronte del dissenso, l’invito a non abdicare al proprio diritto di rappresentanza, adducendo come prova fra le tante i deludenti risultati delle recenti elezioni comunali di Londra, che hanno visto una solida affermazione del globalista in salsa laburista Sadiq Khan.

Non votare poi, si dice, equivarrebbe a mettere la testa sotto la sabbia: il sistema che ci opprime sorgerà ancora una volta, anche senza il canto di qualche ignavo galletto 1. E certo, lorsignori: non è che si creda di cancellare il Sole oscurandolo con un palmo di mano. Ma d’altra parte, vi chiedo: cosa cambierebbe votando? Gli astri se ne staranno là imperterriti, a prescindere dai nostri gorgheggi rappresentativi.

La prospettiva di chiunque sproni al voto assume implicitamente che i soggetti che vincono andranno poi effettivamente a governare. E che quindi, ci sarebbero partiti migliori o peggiori di altri. Chi rifiuta il voto come atto politico e civile, invece, non vuol legittimare in alcun modo un sistema che ritiene non si possa più cambiare dall’interno, attraverso questi finti meccanismi di rappresentanza democratica.

Sappiamo tutti quale peso abbia il Parlamento Europeo in questa Unione. Non sarà certo la presenza di qualche (sedicente) alternativo nell’emiciclo, con le sue concioni settimanali, ad arginare lo strapotere della Commissione europea. Gente ben più ferrata di me lo va dicendo da anni, se non da decenni, che la struttura di questa fusione europea è appositamente pensata per permettere a una piccola oligarchia di fare il bello e il cattivo tempo indisturbata.

Non votare significa invece, come insegna la tradizione anarchica, disconoscere in toto questo potere. Perché se delle elezioni – e non solo quelle europee – resta soltanto una finzione scenica, un’impalcatura necessaria a mantenere intatta la retorica delle libertà e della partecipazione democratica 2, votare non è soltanto un atto inutile, ma persino deleterio: il “sistema” non ha alcun bisogno che si voti in un modo oppure in un altro, che si indirizzi la propria preferenza di qua o di là; ma ha sì bisogno – almeno fintanto che non esca allo scoperto – che un pochetto di benzina democratica venga messa nel serbatoio della pseudo-rappresentanza: come potrebbe, altrimenti, spacciare per popolari le scelte già decise dall’agenda politica effettiva? Le minacce alternativamente paventate di un’estrema destra galoppante o di una sinistra controfamigliare, sono come al solito specchietti per le allodole volti a polarizzare l’elettorato e a spingerlo alle urne con l’illusione di contrastare un nemico immaginario: i nuovi fassisti, o le derive denunciate da personaggi come Vannacci, con libri pompati dal mercato editoriale in cui si grida l’ovvio per titillare l’indignazione della casalinga di Voghera, sono facce della stessa medaglia.

“Governare”, dicono. Dal greco κυβερνάω: tenere il timone; ma di che governo è mai possibile parlare, se la nave è dirottata? Certo, la vittoria di alcuni partiti piuttosto che di altri, potrebbe accelerare alcuni processi già in atto, favorire per così dire il rigor mortis e la decomposizione cadaverica… ma forse, e contro intuitivamente, sarebbero proprio le coalizioni inedite – faccette pulite agli occhi della moltitudine – i volti su cui poter incidere più facilmente 3 i nuovi capitoli di questo romanzo a puntate dal finale un po’ scontato. Un cambio di classe dirigente riverserebbe insomma un bel carico di vermi freschi sulla carcassa…e forse è proprio questo ciò che si attende, soprattutto oltreoceano, per sferrare qualche altro colpo decisivo.

L’area del dissenso

Area dissenso  
Si fa notare però ancora a chi non voterà, come oggi – a fronte di un astensionismo senza precedenti nei grandi Stati “democratici” – non governino più delle maggioranze schiaccianti, ma piccole minoranze, tribù ideologiche compatte e ben motivate. E allora…

…allora se solo il fronte del dissenso si organizzasse meglio! Se non fosse funestato da prime donne, da tutte queste spaccature interne…

Asserisce il fautore dell’Internazionale Dissenziente. Ma anche ammesso che si organizzi meglio, non siete ormai abbastanza smaliziati per credere che qualsiasi forza politica, una volta varcata la soglia delle istituzioni, non prenda parte al balletto stabilito? Foss’anche il suo scopo quello di simulare e accorpare il fronte di questo dissenso entro un recinto ben controllabile. La parabola di certi “movimenti popolari” pare non averci ancora insegnato nulla a riguardo

Già. Perché la giara parlamentare, oltre ad essere come si è visto una struttura intrinsecamente irrilevante, è riempita ad ogni tornata elettorale con acqua accuratamente avvelenata. Ci sono meccanismi sofisticatissimi per garantire che una qualunque alternativa – sin dalla sua costituzione oppure una volta assurta al rango di opzione ufficiale – diventi soltanto una delle tante porticine che conducono all’unica stanza dei bottoni, dove le decisioni sono state già prese in anticipo da chi comanda per davvero. Questa bella democrazia assomiglia sempre più a un set cinematografico, in cui bazzicano aiuti-registi, sceneggiatori, scenografi, direttori della fotografia…e ovviamente attori professionisti, che sgomitano a turno per aggiudicarsi la parte più ambita e perché no? Qualche tappetto rosso.

Insomma: votare cambia le cose quanto un urlo in gradinata influenza una combine; e chi crede il contrario, è un tifoso magari sinceramente appassionato ma francamente illuso: “se votare servisse a qualcosa, lo avrebbero già reso illegale”, diceva Emma Goldman, una pensatrice da cui la propaganda attuale potrebbe trarre molte utili frasette sull’oppressione patriarcale…ma che in questo frangente sicuramente ci aveva visto lungo.

Ma come?? Ma se il dissenso è ormai maggioritario ovunque. Noi siamo la maggioranza. Noi vinceremo!

E dove starebbe nascosta questa maggioranza del dissenso? La maggioranza, se ha intuito qualcosa, ha rimosso tutto con efficienza freudiana. Non gli basterebbero cent’anni di psicanalisi, o un esorcismo ben assestato, per elaborare i traumi subiti. Non bisogna infatti scambiare la semplice sfiducia, lo scoramento, la superficialità di tante persone che non andranno a votare per atti consapevoli di ribellione. La gran parte degli astenuti, ne sono sicuro, non appartiene alla casta di questi puri di cuore che sarebbero gli anti-sistema. Hanno abdicato o abdicheranno al loro diritto di voto così: per contingenza, per ignoranza, per stanchezza, per pigrizia, per nausea. Ma non per scelta. Forse percepiscono un certo tanfo di putrefazione, una stretta alla bocca dello stomaco, ma non saprebbero dire con certezza cosa ci sia che non va… 4

Ci sarebbe da capire, poi, cosa sia questa famigerata “area del dissenso” costantemente sbandierata ai quattro venti: rispetto a che cosa dissenta, e poi ancora più radicalmente se sia possibile dirsi liberi con il solo esercizio di questo dissentire. 5

Perché qua il problema è lungi dall’essere un fatto prettamente politico: siamo di fronte a un’ecatombe esistenziale, spirituale, metafisica, chiamatela come vi pare. E il dissenziente medio, ossessionato dal complotto fino al midollo, pensa però di poter arrestare qualunque processo epocale abbattendo qualche soggetto qua e là, con il potere taumaturgico delle urne oppure (i più) attendendo l’improbabile intervento di qualche Salvatore dalle steppe d’Asia. Non sospetta forse, che nelle piaghe da decubito della nostra epoca, si possano scorgere i sintomi di diverse malattie incurabili, che superano e di molto qualsiasi dato politico o interesse privato? Il mito del progresso infinito, della tecnica liberatrice, il declino culturale, il nichilismo imperante, la demenza senile delle masse: tutti cancri in metastasi che se ne starebbero là a prescindere da coloro che li sfruttano, sornioni, per costruirci sopra il proprio tornaconto personale. E inorridirebbero, questi oppositori senza macchia, nel sapere che molti di questi tarli albergano dentro di loro, nei recessi più profondi del loro essere; che esiste più di un comune denominatore fra il loro dissentire e il sentire comune. Che anche il topo e il gatto, aristotelicamente parlando, appartengono insomma allo stesso genere…

“Capitano, capitano…apocalisse all’orizzonte!”

Apocalisse  

Certo, il non votare, non può essere l’unico atto politico. Perché da chi si astiene, si domanda a maggior ragione di profondere energie in prima persona; di impegnarsi nell’edificare, da solo e col sudore della propria fronte, un mondo migliore.

E sono delle pretese sacrosante. Anche perché il rischio simmetrico è quello di chiudersi in un’illusione di segno opposto: quella del ritiro in un’ascetica purezza, lontano da tutti gli inganni del secolo, finalmente fuori da questo porco mondo. Ma se non è possibile arrestare il treno in corsa, non ci è nemmeno concesso di scendere a piacimento: spiacenti nessuna stazione di servizio.

Il muro si staglia all’orizzonte con la sua promessa di uno schianto finale. Ma anche come una liberazione dalle ingiuste sofferenze, come uno squarcio nelle tenebre della notte, come una resa dei conti in cui i giusti siederanno infine alla destra del Padre: tutti alternativamente temono ed auspicano un’apocalisse, pronti a scendere in piazza, ad accodarsi alle trombe degli Angeli con fischietti e vuvuzele.

Evviva, evviva…Alleluja, abbiamo vinto! Peperepepepepeeee. Tiè: 5-0 e tutti a casa!!

Ma insomma questa apocalisse: avverrà o non avverrà?

E io dico: chi se ne frega? Quel che conta è che questo terrore, questa attesa, ti prema sempre sul petto come un macigno. Ecco allora profilarsi un’apocalisse del terzo tipo: quella di vivere attendendo eternamente la catastrofe. Annaspando, consumando ogni oggi, ogni adesso nell’affanno per un domani incerto. Quella che ci trasforma – rubo con piacere l’espressione ad un mio caro amico – in delle semplici antenne ripetitrici. Sempre pronte a captare un impulso esterno, una notizia, una svolta, un non si sa che cosa…

…ma io non ho la tv, io non guardo un telegiornale da dieci anni!!

Eh no, amico bello. Tu sei sintonizzato uguale, come (quasi) tutti: dal primo mattino alla seconda serata. Sei solo un contro-sintonizzato. È questa la legge della domanda e dell’offerta, dicono: ti si offre ciò che tu reclami.

Come dici? Tu non lo desideri? Ti è imposto? Sono solo pretesti per vendere? Può darsi. Però sta di fatto che in questo disagio ci si finisce comunque con lo sguazzarci gradevolmente. Ci si sta bene nel vaso, come le gocce. Si fa comunella, si fa catinella, poi si trabocca in qualche bel canale. E poi via, come tanti affluenti si scorre giù giù, a valle, verso un solo fiume. Più prossima all’una o all’altra riva conta fino a un certo punto.

E così – se da principio o per effetto non lo so e non mi interessa – si finisce per davvero con il desiderare ciò che ci viene offerto. Afferrale afferrale, osservale, stanno qua: la cronaca della guerra infinita, il resoconto della distruzione, lo scoop sull’ennesimo scandalo di come stanno per ucciderci. E allora che fare, che dire? Che dire, che fare?…riecheggiano ancora nell’aria le vecchie domande di Lenin e di Černyševskij: quesiti di un’epoca fallita.

Che ne so io di cosa c’è da fare e di cosa c’è da dire: le bombe, le lettere minatorie, la Comune, i circoli sociali, il fare rete, i manifesti e le manifestazioni, le proteste, l’impegno civile, le piazze, gli anacardi? Boh.

Tutti bramano (dal divano) un’occasione di riscatto; il diritto ad una battaglia campale, ad uno scontro in campo aperto in cui affrontare finalmente e senza sotterfugi l’Avversario. E invece, ci tocca l’insidiosissimo stillicidio di una guerriglia spirituale. A poco a poco: ce la dovremo guadagnare con la tribolazione di un santo martirio questa apocalisse. Che non ci pioverà sulla testa, così gratuitamente, con un grappolo di bombe atomiche. Che ci vuole Passione per meritarsi di salire sulla propria Croce.

Le grandi ideologie politiche, il mito della democrazia salvifica, dei diritti universali, li abbiamo visti per quello che sono davvero: giganti coi piedi di terracotta. Ma il nostro cuore dove l’abbiamo rinchiuso? Ripartiamo dalle cose piccole, infinitesime. Dal sapere sì, con la precisione e la cognizione del saggio, che tutto va a sfacelo, ma dall’essere ugualmente e impassibilmente felici. Interpretiamo la politica nel suo senso etimologico: come l’arte del convivere. Torniamo a fare società. Ad amare il prossimo pienamente e incondizionatamente, che è oggi un atto politico di quelli più rivoluzionari. Ma anche, riducendo ancora la scala, ad impegnarci a guarire il nostro sguardo.

Insomma altro che urne: rinunciamo alla velleità di cambiare il mondo, e ritorniamo alle cose veramente nostre. Così, in equilibrio sul baratro.

 
 
 
 

NOTE


  1. O dovremmo dire di qualche cigno? 

  2. E c’è da chiedersi seriamente se queste siano le vestigia di un’epoca luminosa ormai finita, oppure se le cose siano sempre state così, se adesso il teatrino di sempre non si manifesti soltanto in modo più lampante… 

  3. E basti vedere, nel nostro piccolo, qual zefiro abbia menato con sé il governo Meloncini… 

  4. E d’altra parte come biasimarli: chi ne sarebbe pienamente in grado? 

  5. Una questione intricatissima, che mi riprometto di approfondire entro qualche decennio in separata sede. 

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